Dott.sa Maria Laura Chierici
Il disturbo dell’immagine corporea è una condizione complessa che riguarda il modo in cui una persona percepisce, pensa, sente e vive il proprio corpo. Spesso viene ridotto a una semplice insoddisfazione estetica o a un “non piacersi allo specchio”, ma questa definizione è limitante e non restituisce la profondità dell’esperienza di chi lo vive.
L’immagine corporea non è un unico processo, ma il risultato dell’interazione tra diverse componenti che contribuiscono, insieme, a costruire il modo in cui il corpo viene vissuto. In particolare, la letteratura scientifica distingue diverse componenti: una componente cognitiva, una affettiva, una percettiva e una comportamentale, come risultato dell’interazione delle tre principali.
La componente cognitiva comprende pensieri, credenze e valutazioni sul corpo. Qui rientrano idee come “il mio valore dipende dal mio peso” oppure giudizi negativi sulla propria forma fisica. È il livello attraverso cui il corpo viene interpretato e valutato.
La componente affettiva riguarda le emozioni legate al corpo: vergogna, ansia, disgusto, insoddisfazione, ma anche eventuali vissuti positivi. È una dimensione centrale perché spesso è proprio l’intensità emotiva a rendere l’esperienza corporea così pervasiva e difficile da modificare.
La componente percettiva riguarda, invece, la stima delle proprie forme e dimensioni corporee. Include, ad esempio, la capacità di stimare correttamente la grandezza del proprio corpo.
Infine, la componente comportamentale rappresenta l’esito visibile delle altre tre. Include tutti i comportamenti messi in atto in relazione al corpo: il controllo allo specchio, l’evitamento, il confronto con gli altri, in situazioni reali o attraverso l’utilizzo di immagini sui social network. Non è una dimensione indipendente, ma si sviluppa come conseguenza dell’interazione tra percezione, pensiero ed emozione.
Queste componenti non sempre sono coerenti tra loro, soprattutto quando parliamo di persone affette da disturbi alimentari. Una persona può, ad esempio, percepirsi più grande di quanto sia realmente (componente percettiva), pensare di non essere adeguata (componente cognitiva), provare vergogna (componente affettiva) e, di conseguenza, evitare situazioni sociali o controllare il proprio corpo in modo ripetitivo (componente comportamentale). È proprio questa interazione a rendere il disturbo dell’immagine corporea così complesso e resistente al cambiamento.
Nei disturbi del comportamento alimentare, l’immagine corporea assume un ruolo centrale. Il valore personale, in questi casi, non si costruisce sulla base di interessi, capacità e valori personali ma tende a essere fortemente legato al corpo e al peso; il valore disse è focalizzato quasi esclusivamente sulla base di abitudini alimentari, di peso, forme e dimensioni del corpo. L’insoddisfazione corporea non è solo una conseguenza del disturbo, ma uno dei suoi principali fattori di mantenimento. Anche quando il peso cambia, la percezione e il vissuto corporeo possono rimanere invariati, continuando a influenzare pensieri e comportamenti. Per questo motivo, lavorare sull’immagine corporea rappresenta una parte fondamentale del trattamento.
Negli ultimi anni, la ricerca ha iniziato a mettere in discussione una visione centrata esclusivamente sugli aspetti cognitivi ed emotivi, portando maggiore attenzione alla componente percettiva. Sempre più evidenze mostrano che, nei disturbi alimentari, non è solo il modo di pensare al corpo a essere alterato, ma anche il modo in cui il corpo viene effettivamente percepito.
Le persone con disturbi della nutrizione e dell’alimentare possono, ad esempio, sovrastimare le dimensioni corporee o incontrare difficoltà nei compiti che richiedono di rappresentare e stimare il proprio corpo nello spazio. Questi dati suggeriscono che il disturbo dell’immagine corporea non riguarda soltanto il contenuto dei pensieri, ma coinvolge direttamente i processi attraverso cui il cervello costruisce la rappresentazione del corpo.
Per molto tempo si è pensato che il problema fosse principalmente legato alla percezione visiva, come una sorta di errore nello “sguardo allo specchio”. Oggi questa visione appare riduttiva. Le neuroscienze mostrano, infatti, come l’immagine corporea nasca da una integrazione complessa di diversi segnali. Quando questa integrazione non funziona in modo coerente, la rappresentazione del corpo può diventare instabile e meno accurata.
In questo contesto, l’interocezione ha assunto un ruolo sempre più centrale. Con questo termine si intende la capacità di percepire i segnali interni del corpo, come la fame, la sazietà, il battito cardiaco temperatura, o le tensioni viscerali. Si tratta di una forma di consapevolezza corporea profonda che contribuisce al senso di presenza nel proprio corpo.
Le ricerche più recenti indicano che, nei disturbi alimentari, l’interocezione è spesso alterata. Le persone possono avere difficoltà a riconoscere i segnali interni o a interpretarli in modo accurato. Questa difficoltà non riguarda solo il comportamento alimentare, ma si estende anche alla rappresentazione corporea. Quando il corpo non viene percepito chiaramente dall’interno, diventa più difficile costruirne un’immagine coerente anche dall’esterno.
Alcuni modelli teorici contemporanei descrivono il cervello come un sistema che costruisce continuamente ipotesi sul corpo integrando segnali interni ed esterni. Quando i segnali interocettivi sono poco affidabili, aumenta l’incertezza nella rappresentazione corporea e il cervello tende ad affidarsi maggiormente a credenze preesistenti, che nei disturbi alimentari sono spesso negative. Questo può portare a percepire il corpo come “sbagliato” o “non giusto”, anche in assenza di evidenze oggettive.
Alla luce di queste evidenze, il disturbo dell’immagine corporea può essere compreso come una difficoltà di integrazione tra diversi sistemi. Non si tratta di un singolo errore, ma di una disconnessione tra ciò che si percepisce, ciò che si pensa e ciò che si prova. Quando questi livelli non sono allineati, l’immagine corporea tende a diventare rigida, poco flessibile e difficilmente modificabile.
Questa prospettiva ha importanti implicazioni cliniche. Intervenire esclusivamente sui pensieri può non essere sufficiente, soprattutto nei casi in cui la componente percettiva e interocettiva è significativa. Diventa quindi fondamentale affiancare al lavoro cognitivo interventi che coinvolgano direttamente l’esperienza corporea, come il potenziamento della consapevolezza interocettiva, il lavoro sul movimento e pratiche che favoriscano una maggiore integrazione tra corpo e mente.
In conclusione, il disturbo dell’immagine corporea non è semplicemente una distorsione dello sguardo o un problema di autostima. È un’esperienza complessa che coinvolge il modo in cui il corpo viene percepito, pensato, sentito e agito. Comprendere questa articolazione permette di costruire interventi più completi ed efficaci, capaci di lavorare non solo sui pensieri, ma sull’esperienza corporea nel suo insieme.
Per chi vive questa esperienza, è importante sapere che la sensazione di avere un corpo “sbagliato” non è solo una questione di pensieri. Spesso è il modo in cui il corpo viene percepito e integrato che necessita di essere ricostruito, con tempo, gradualità e supporto adeguato.
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