QUANDO SI PARLA DI DISTURBI ALIMENTARI…

Dr.ssa Emanuela Iappini

Capire come e perché si sviluppa un disturbo complesso come L’ ANORESSIA NERVOSA o la BULIMIA NERVOSA è molto difficile. E’ bene diffidare da chi sostiene di conoscere quali sono le cause di questi disturbi perché le cause sono molteplici, si parla infatti di modello multifattoriale.

Questo modello spiega l’insorgenza e il permanere del disturbo attraverso 3 tipi di fattori di rischio che agiscono in modo consecutivo.

  • I primi fattori di rischio sono i fattori predisponenti: fattori genetici, psicologici o ambientali, che aumentano la vulnerabilità di una persona a sviluppare il disturbo dell’alimentazione quali la presenza di familiari che soffrono o hanno sofferto di un disturbo alimentare, avere una bassa autostima, le difficoltà interpersonali, il perfezionismo, essere insoddisfatti del proprio corpo, l’abuso di alcolici o di sostanze
  • i secondi fattori sono i fattori precipitanti: eventi o situazioni che scatenano l’insorgenza del disturbo quali lutti, aggressioni, separazioni da persone care, ma anche eventi apparentemente non gravi  come un fallimento scolastico, un cambio di scuola o essere presi in giro per il proprio aspetto.
  • Infine, ci sono i cosiddetti fattori di mantenimento: tutti quei fattori, sia fisici che psicologici, che impediscono il ritorno alla normalità creando quel ‘circolo vizioso’ di mantenimento della malattia che deve essere affrontato con le terapie specifiche per il disturbo alimentare.

Perché le donne sono più colpite?

Le donne sono sicuramente le più colpite da questi disturbi. La frequenza dei disturbi di alimentazione nei maschi si stima che sia dalle 10 alle 20 volte inferiore rispetto a quella osservata nel sesso femminile.

Secondo alcuni studiosi questa differenza tra sessi è dovuta a fattori soprattutto socio-culturali: la donna dei nostri tempi, è una donna che “deve” avere successo, essere bella e assomigliare il più possibile a canoni ideali di bellezza e carisma dettati dai Social.

I fattori socio-culturali non sono però una spiegazione sufficiente.

Non va tralasciato il ruolo dei fattori genetici, ormonali e neurobiologici. Uno di questi potrebbe essere il ruolo degli ormoni sessuali nella regolazione della serotonina (un importante neurotrasmettitore cerebrale implicato nella regolazione dell’ansia, del tono dell’umore, dell’impulsività e delle sensazioni di fame e sazietà).

Alcuni studi hanno rilevato che nel sesso femminile la reazione allo stress produce più frequentemente un’alterazione del comportamento alimentare non solo negli esseri umani, ma anche negli animali.

Con quale frequenza?

Gli studi sulla prevalenza dei disturbi dell’alimentazione indicano che nella popolazione femminile la frequenza è circa dello 0,3-0,5% (un caso ogni 200-300 persone) per l’anoressia nervosa è dell’1-2% (un caso ogni 50-100 persone) per la bulimia nervosa. Se analizziamo però solo i dati della popolazione in età adolescenziale e giovanile, le percentuali sono purtroppo più alte: si stima che nel corso della vita, fino al 2% delle donne si ammali di anoressia nervosa e il 4% di bulimia nervosa  Inoltre, quasi il 10% delle ragazze in età a rischio (tra i 15 e i 25 anni) soffre di un disturbo alimentare “parziale” o “subclinico”, in cui cioè sono presenti solo alcuni dei criteri dell’anoressia nervosa o dellabulimia nervosa, pur presentando un quadro clinico e medico che necessita di attenzione clinica da parte dei terapeuti. Pochi dati, e spesso discordanti tra loro, sono invece disponibili sulla prevalenza del disturbo da alimentazione incontrollata (o binge eating)

I dati dimostrano che il reale aumento di problematiche si abbia dagli anni ’90.

Nel mondo si è osservato che le civiltà occidentali e più industrializzate (o quelle in via di veloce industrializzazione) sono le più colpite, probabilmente a causa di una maggiore pressione sociale verso un’ideale di magrezza femminile che è presente nella moderna cultura occidentale.

L’anoressia nervosa sembra comunque essere stata presente anche in altre epoche e in diversi contesti storici e culturali, anche se in questi casi l’interpretazione di queste manifestazioni va necessariamente adattata al contesto.

Secondo alcune ricerche, la fenomenologia dei disturbi dell’alimentazione sta comunque subendo dei cambiamenti nel tempo. Diverse ricerche hanno osservato una diminuzione dell’età di esordio nelle generazioni più recenti.

Le famiglie….

Conoscere la malattia, comprenderla nelle sue caratteristiche e nella sua evoluzione è un passo indispensabile per i genitori di un ragazzo o ragazza che inizia a provare ansia ed angoscia verso il cibo. La famiglia va coinvolta e sostenuta affinchè possa essere d’aiuto al figlio, è una risorsa indispensabile e se riesce a collaborare, il problema del figlio diventa un’opportunità di crescita della famiglia stessa.

E’ importante esplorare le dinamiche predisponenti al problema senza indurre sensi di colpa o trovare il colpevole. Un pensiero ricorrente nei familiari è “Perché è successo a nostra figlia?” “E’ colpa nostra? Dove abbiamo sbagliato? Avremmo potuto evitarlo?” Spesso è l’occasione per il genitore di “riascoltare le proprie ferite” infantili passate per provare ad avvicinarle e superarle.

Anche quando è il figlio o la figlia a parlare delle “colpe” dei genitori, bisogna evitare di cadere in questo “tranello”.

Spesso in queste problematiche emerge la “solitudine” psicologica della ragazza o ragazzo, riferiscono di non ricevere una reale comprensione dei propri vissuti o la paura di esprimerli per il timore di deludere.

E’ importante essere uniti poiché all’interno della famiglia esiste un obiettivo comune: combattere il disturbo dell’alimentazione e non cercare di avere ragione. Anche quando le difficoltà tra coniugi o tra familiari esistono anche da prima dell’insorgenza del disturbo, questo obiettivo comune deve aiutare ad agire in sintonia.

Lavorare con i genitori vuol dire anche aiutarli ad aiutare i propri figli in difficoltà, rispondendo alle loro domande.

Allo stesso modo, è importante che i genitori non colpevolizzino la persona malata. Colpevolizzare chi soffre in genere deriva da scarse conoscenze sull’origine di questi disturbi.

Un disturbo dell’alimentazione è un disturbo e non è una “questione di volontà”: i disturbi alimentari non sono affrontabili con la semplice forza di volontà, ma richiedono l’intervento di una o più persone competenti. E’ meglio quindi evitare frasi come: “sei tu che non ti impegni a guarire” oppure “sono sicuro che ce la puoi fare, basta che ce la metti tutta”. Quando poi una persona non ce la fa (e da soli è veramente difficile riuscirci), ha perso ancora una volta la fiducia e stima in se stesso e, a questo punto, anche quella dei genitori.

La persona che soffre va invece aiutata a chiedere aiuto.

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